Vita Oltre La Vita

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri

Morte e Suicidio

E-mail Stampa PDF

LE RIVELAZIONI DEGLI SPIRITI di Allan Kardec
VOLUME II (Cielo e Inferno)

124
PARTE SECONDA - ESEMPI

12 - IL PASSAGGIO

1 - La fede nell'esistenza futura non esclude i timori per il passaggio da questa
all'altra vita. Molti non temono la morte di per se stessa; ciò che temono è il
momento della transizione. Si soffre o non si soffre nella traversata? E' questo
ciò che li inquieta; e ciò è tanto più vero in quanto nessuno può sottrarvisi. Si
può rinunciare a un viaggio terreno: ma qui, ricchi e poveri debbono
egualmente compiere questo passo, e se è doloroso, né il rango, né la fortuna
possono addolcirne l'amarezza.
2 - Quando si vede la serenità di certe morti, e le terribili convulsioni Di
agonia di certe altre, si può già comprendere che le sensazioni non sono
sempre le stesse: ma chi può illuminarci a questo proposito? Chi ci descriverà
il fenomeno fisiologico della separazione dell'anima dal corpo? Chi ci dirà le
impressioni di quell'istante supremo? Su questo punto, la scienza e la
religione tacciono.

E perché? Perché ad entrambe manca la conoscenza delle leggi che regolano i
rapporti tra spirito e materia; la prima si arresta sulla soglia della vita
spirituale, la seconda sulla soglia della vita materiale. Lo Spiritismo è l'anello
di congiunzione tra loro; è il solo che può dire come si opera la transizione, sia
grazie alle nozioni più positive che esso dà circa la natura dell'anima, sia
grazie al racconto di coloro che hanno lasciato la vita. La conoscenza del
legame fluidico che unisce anima e corpo è la chiave di questo fenomeno,
come pure di molti altri.
3 - La materia inerte è insensibile: questo è un fatto positivo; solo l'anima
prova le sensazioni del piacere e del dolore. In vita, ogni disgregazione della
materia si ripercuote sull'anima, che ne riceve un'impressione più o meno
dolorosa. E' l'anima che soffre, non il corpo; questo è soltanto lo strumento
del dolore; l'anima è il paziente. Dopo la morte, poiché è separato dall'anima,
il corpo può essere impunemente mutilato, poiché non sente nulla; l'anima,
poiché è isolata, non risente la disorganizzazione del corpo; ha sensazioni
proprie, la cui origine non è nella materia tangibile.
Il perispirito è l'involucro fluidico dell'anima, dalla quale non è separato né
prima né dopo la morte, e con la quale forma, per così dire, un tutto unico,
poiché non è possibile concepire l'uno senza l'altra. Durante la vita, il fluido
perispiritico penetra il corpo in tutte le sue parti, e serve da veicolo alle
sensazioni fisiche dell'anima: è appunto attraverso questo intermediario che
l'anima agisce sul corpo e ne dirige i movimenti.
4 - L'estinzione della vita organica porta alla separazione dell'anima dal corpo
mediante la rottura del legame fluidico che li univa; ma questa separazione
non è mai brusca; il fluido perispiritico si libera a poco a poco da tutti gli
organi, in modo che la separazione non è completa e assoluta finché un solo
atomo del perispirito rimane unito a una molecola del corpo. La sensazione
dolorosa che l'anima prova in quel momento è proporzionale ai
punti di contatto che esistono tra il corpo e il perispirito e alla
difficoltà più o meno grande che la separazione presenta.
Non ci si deve quindi nascondere che, a seconda delle circostanze, la morte
può essere più o meno dolorosa. Sono appunto queste diverse circostanze che
intendiamo esaminare.
5 - Innanzi tutto, prendiamo i quattro casi seguenti, che si possono
considerare come situazioni estreme, tra le quali esistono innumerevoli
sfumature:
1°. Se al momento dell'estinzione della vita organica, il distacco del perispirito
si fosse compiuto completamente, l'anima non sentirebbe assolutamente
nulla;
2°. se in quel momento la coesione dei due elementi si presenta in tutta la sua
forza, si produce una specie di lacerazione forzata, che si ripercuote
dolorosamente sull'anima;
3°. se la coesione è debole, la separazione e facile e si realizza senza scosse;
4°. se, dopo la cessazione completa della vita organica, esistono ancora
numerosi punti di contatto tra il corpo e il perispirito, l'anima potrà risentire
gli effetti della decomposizione del corpo fino a quando il legame non sarà
completamente spezzato.
Ne consegue che la sofferenza che accompagna la morte è subordinata alla
forza di coesione che unisce il corpo e il perispirito; che quanto può
contribuire alla diminuzione di questa forza e alla rapidità del distacco rende
il trapasso meno difficile; infine, che se il distacco si opera senza alcuna
difficoltà, l'anima non prova alcuna sensazione sgradevole.
6 - Nel passaggio dalla vita corporale alla vita spirituale, si produce anche un
altro fenomeno di importanza capitale: quello del turbamento. In
quell'istante, l'anima prova un torpore che paralizza momentaneamente le
sue facoltà e neutralizza, almeno in parte, le sensazioni; l'anima, per così dire,
cade in catalessi, in modo che quasi mai è testimone cosciente dell'ultimo
respiro. Diciamo quasi mai perché vi è un caso in cui può averne coscienza,
come vedremo tra poco. Il turbamento può essere quindi considerato come lo
stato normale all'istante della morte: ha una durata indeterminata, che varia
da poche ore a diversi anni. Via via che si dissipa, l'anima si trova nella
situazione di un uomo che si desta da un sonno profondo; le idee sono
confuse, vaghe e incerte; si vede come attraverso una nebbia; a poco a poco la
vista si schiarisce, la memoria ritorna, secondo gli individui. Negli uni è
serena e procura una sensazione deliziosa, e permette di riconoscersi; ma
questo risveglio è ben diverso in altri: è pieno di terrore e di ansietà, e
produce l'effetto di un incubo spaventoso.
7 - Il momento dell'ultimo respiro non è, quindi, il più doloroso, perché, di
solito, l'anima non ha coscienza di sé; ma prima soffre per la disaggregazione
dalla materia, durante le convulsioni dell'agonia, e dopo per le angosce del
turbamento. Diciamo subito che non si tratta di una situazione generale.
L'intensità e la durata della sofferenza sono, come abbiamo detto, in rapporto
con l'affinità che esiste tra il corpo e il perispirito; più è grande tale affinità, e
più lunghi e dolorosi sono gli sforzi che lo Spirito compie per distaccarsi dai
suoi legami; ma vi sono persone in cui la coesione è così debole che il distacco
si opera da solo, naturalmente. Lo Spirito si separa dal corpo come un frutto
maturo si distacca dal ramo: è il caso delle morti serene e dei lieti risvegli.
8 - Lo stato morale dell'anima è la causa principale che influisce sulla
maggiore o minore facilità del distacco. L'affinità tra il corpo e il perispirito è
proporzionale all'attaccamento che lo Spirito prova per la materia: è massima
nell'uomo che concentra tutte le sue preoccupazioni sulla vita e sulle gioie
materiali; è quasi nulla in colui la cui anima purificata si è identificata,
attraverso l'anticipazione, con la vita spirituale. Poiché la lentezza e la
difficoltà della separazione sono in rapporto diretto con il grado di
purificazione e di dematerializzazione dell'anima, spetta ad ognuno rendere il
trapasso più o meno facile o faticoso, piacevole o doloroso.
Stabilito questo, sia in teoria che come risultato dell'osservazione, ci rimane
da esaminare l'influenza del tipo di morte sulle sensazioni dell'anima
all'ultimo momento.
9 - Nella morte naturale, che risulta dall'estinzione delle forze vitali ad opera
della vecchiaia o della malattia, il distacco si opera gradualmente; nell'uomo
la cui anima è dematerializzata e i cui pensieri sono distaccati dalle cose
terrestri, il distacco è quasi completo prima della morte reale; il corpo vive
ancora della vita organica, ma l'anima è già entrata nella vita spirituale ed è
legata al corpo da un legame così debole che si rompe senza dolore all'ultimo
battito del cuore. In questa situazione, lo Spirito può avere già recuperato la
sua lucidità, ed essere testimone cosciente dell'estinzione della vita del
proprio corpo, del quale è felice di liberarsi; per lui il turbamento è pressoché
nullo; non è che un momento di sonno sereno, dal quale esce con un'indicibile
sensazione di felicità e di speranza.
Nell'uomo materiale e sensuale, che ha vissuto più con il corpo che con lo
spirito, e non dà importanza alla vita spirituale, neppure quale realtà nel suo
pensiero, tutto ha contribuito a stringere i vincoli che lo legano alla materia;
nulla li ha allentati nel corso della sua vita.
All'avvicinarsi della morte, il distacco si opera per gradi, ma per mezzo di
sforzi continui. Le convulsioni dell'agonia sono l'indice della lotta che sostiene
lo Spirito, il quale talvolta vuole rompere i legami che gli resistono, e talvolta
si aggrappa al corpo dal quale lo strappa una forza irresistibile.
10 - Lo Spirito si attacca tanto più alla vita corporale se al di là di essa non
vede nulla; sente che gli sfugge e vuole trattenerla; invece di abbandonarsi al
moto che lo trascina, resiste con tutte le sue forze; in questo modo può
prolungare la lotta per giorni, settimane o mesi interi. Senza dubbio, in quel
momento, lo Spirito non possiede tutta la sua lucidità; il turbamento è
incominciato molto tempo prima della morte, ma non per questo egli soffre
meno, e lo stato vago in cui si trova, l'incertezza circa la propria sorte
accrescono le sue angosce. Sopravviene la morte, ma non è tutto finito; il
turbamento continua; lo Spirito sente di vivere, ma non sa se quella è la vita
materiale o la vita spirituale; lotta ancora fino a quando gli ultimi legami del
perispirito si spezzano. La morte pone fine alla malattia effettiva, ma non ne
ha interrotto le conseguenze; finché esistono punti di contatto tra il corpo e il
perispirito, lo Spirito ne avverte le conseguenze e ne soffre.
11 - Ben diversa è la situazione dello Spirito dematerializzato, anche nelle
malattie più crudeli. I legami fluidici che l'uniscono al corpo sono deboli,
perciò si spezzano senza scosse; la sua fiducia nell'avvenire, che già intravede
con il pensiero, e talvolta addirittura nella realtà, lo induce a considerare la
morte come una liberazione dai suoi mali e come una prova; perciò la serenità
morale e la rassegnazione gli addolciscono le sofferenze; al risveglio si sente
libero, integro, alleggerito da un grande peso, e felice di non soffrire più.
12 - Nei casi di morte violenta, le condizioni non sono le stesse. Non vi è stata
una disaggregazione parziale che ha portato ad una separazione preliminare
tra il corpo e il perispirito; la vita organica, nel pieno della sua forza, si è
interrotta di colpo; il distacco del perispirito non incomincia quindi se non
dopo la morte, e in questo caso, come negli altri, non può compiersi
istantaneamente. Lo Spirito, preso alla sprovvista, è come stordito; ma poiché
si accorge di pensare, si crede ancora vivo, e questa illusione dura fino a
quando non si è reso conto della propria situazione. Questo stato intermedio
tra la vita corporale e la vita spirituale è uno dei più interessanti da studiare,
perché presenta lo spettacolo singolare di uno Spirito che scambia il proprio
corpo fluidico per il corpo materiale, e prova tutte le sensazioni della vita
organica.
Presenta sfumature infinite, a seconda del carattere, delle conoscenze e del
grado di avanzamento morale dello Spirito. E' di breve durata per coloro la cui
anima è purificata, perché in essi vi era già un distacco anticipato che la
morte, anche repentina, si limita a completare più rapidamente; per altri, può
prolungarsi anche per anni.
Si tratta di uno stato assai frequente, anche nel caso di morte naturale, e per
alcuni non ha nulla di doloroso, a seconda delle qualità dello Spirito; ma per
altri è una situazione terribile. Si tratta di una posizione particolarmente
dolorosa, soprattutto per il suicida. Il corpo si aggrappa al perispirito con
tutte le sue fibre, tutte le convulsioni del corpo si ripercuotono sull'anima, che
prova allora sofferenze atroci.
13 - Lo stato dello Spirito al momento della morte si può così riassumere:
Lo Spirito soffre tanto più è lento il distacco del perispirito; la rapidità del
distacco è proporzionale al grado di avanzamento morale dello Spirito; per lo
spirito dematerializzato, in cui la coscienza è pura, la morte è un sonno di
pochi attimi, esente da ogni sofferenza, ed il risveglio è pieno di soavità.
14 - Per lavorare alla propria purificazione, per reprimere le proprie tendenze
malvagie, per vincere le proprie passioni, bisogna vederne i vantaggi
futuri; per identificarsi con la vita futura, per dirigervi le proprie aspirazioni,
bisogna non soltanto credervi, ma anche comprenderla; bisogna
rappresentarsela sotto un aspetto soddisfacente per la ragione, in completo
accordo con la logica, il buon senso e l'idea che ci si fa della grandezza, della
bontà e della giustizia di Dio. Tra tutte le dottrine filosofiche, lo Spiritismo è
quello che esercita, sotto questo rapporto, l'influenza più potente, grazie alla
fede incrollabile che sa donare.
Lo spiritista serio non si limita a credere; crede perché comprende, e
comprende perché ci si rivolge al suo giudizio; la vita futura è una realtà che si
snoda incessantemente sotto ai suoi occhi; la vede e la tocca, per così dire, in
ogni istante; il dubbio non può penetrare nella sua anima. La vita corporale,
così limitata, si cancella per lui al confronto con la vita spirituale, che è la vera
vita; perciò egli non bada molto agli incidenti che accadono lungo la strada, e
si rassegna alle vicissitudini, di cui comprende la causa e l'utilità. La sua
anima si eleva grazie ai rapporti diretti che intrattiene con il mondo invisibile:
i legami fluidici che lo legano alla materia si indeboliscono, e così si opera un
primo distacco parziale, che facilita il trapasso da questa all'altra vita. Il
turbamento inseparabile dalla transizione è di breve durata perché, non
appena ha compiuto il passo decisivo, si riconosce; per lui non vi è nulla di
estraneo; si rende subito conto della sua situazione.
15 - Lo Spiritismo non è certo indispensabile per giungere a questo risultato,
e non ha affatto la pretesa di essere il solo ad assicurare la salvezza
dell'anima; ma la facilita, grazie alle conoscenze che procura, ai sentimenti
che ispira e alle disposizioni in cui pone lo Spirito, facendogli comprendere la
necessità di migliorarsi. Inoltre dà a ciascuno i mezzi per facilitare il distacco
di altri Spiriti al momento in cui abbandonano l'involucro terreno, e per
abbreviare la durata del turbamento per mezzo della preghiera e
dell'evocazione. Per mezzo della preghiera sincera, che è una magnetizzazione
spirituale, si provoca un più rapido distacco del fluido perispiritico; per mezzo
di un'evocazione condotta con saggezza e prudenza, e con parole di
benevolenza e di incoraggiamento, si trae lo Spirito dallo stordimento in cui si
trova, e lo si aiuta a riconoscersi più presto se è sofferente, lo si esorta al
pentimento, che può abbreviare le sofferenze (1).
(1) Gli esempi che citiamo qui di seguito presentano gli Spiriti nelle diverse
fasi di felicità e di infelicità della vita spirituale. Non siamo andati a cercarli
tra i personaggi più o meno illustri dell'antichità, la cui posizione ha potuto
cambiare considerevolmente dopo l'esistenza più nota, e che non
offrirebbero, del resto, prove sufficienti di autenticità. Li abbiamo invece
attinti nelle circostanze più comuni della vita contemporanea, perché sono
quelli in cui ognuno può trovare le maggiori somiglianze, e da cui si possono
trarre, per confronto, le istruzioni più utili. Più l'esistenza terrena degli
Spiriti è vicina a noi, per la posizione sociale, per i rapporti o i legami di
parentela, e più ci interessa, e più è facile controllarne l'identità. Le posizioni
comuni sono quelle più numerose, perché ognuno può facilmente fame
l'applicazione a se stesso; le posizioni eccezionali colpiscono meno, perché
escono dalla sfera delle nostre abitudini. Non sono quindi i casi illustri,
quelli che abbiamo ricercato; se, tra questi esempi, si trovano anche alcuni
personaggi conosciuti, in grande maggioranza si tratta di persone del tutto
oscure; i nomi risonanti non avrebbero aggiunto nulla all'istruzione e
avrebbero potuto urtare molte suscettibilità. Noi non ci rivolgiamo né ai
curiosi né agli amatori di scandali, ma a coloro che vogliono seriamente
istruirsi.
Questi esempi potrebbero moltiplicarsi all'infinito; ma costretti a limitarne il
numero, abbiamo fatto una scelta di quelli che potevano gettare maggior
luce sullo stato del mondo spirituale, sia per la posizione dello Spirito, sia
per le spiegazioni che questi è stato in grado di dare. In maggioranza sono
inediti; solo alcuni sono già stati pubblicati sulla Revue Spirite; di questi
ultimi, abbiamo soppresso i particolari superflui, conservando solo le parti
essenziali per il fine che qui ci proponiamo, e abbiamo aggiunto le istruzioni
complementari alle quali hanno eventualmente dato luogo in seguito.




LE RIVELAZIONI DEGLI SPIRITI di Allan Kardec
VOLUME II


228 16 - Suicidi


228
16 - SUICIDI

Il suicida della Samaritane
Il 7 aprile 1858, verso le sette di sera, un uomo sulla cinquantina, vestito
dignitosamente, si presentò allo stabilimento della Samaritaine, a Parigi, e si
fece preparare un bagno. L'inserviente di turno, dopo un paio di ore, si
meravigliò perché l'uomo non chiamava, e si decise ad entrare nello stanzino
per vedere se si fosse sentito male. Vide allora uno spettacolo orribile; lo
sventurato si era tagliato la gola con un rasoio, e tutto il suo sangue si era
mescolato all'acqua della vasca. Non fu possibile stabilire l'identità del
suicida, e il cadavere fu trasportato alla Morgue.
Lo Spirito di quest'uomo, evocato alla Società di Parigi sei giorni dopo la sua
morte, diede le seguenti risposte:
1) Evocazione.
Risposta della guida del medium. - «Attendete... è qui».
2) Dove siete, ora?
Risposta - «Non lo so... Ditemi voi dove sono».
3) Siete in un'assemblea di persone che si occupano di studi spiritici e che
sono animate di buone intenzioni nei vostri confronti.
Risposta - «Ditemi se sono vivo... Soffoco dentro la bara».
La sua anima, benché separata dal corpo, è ancora completamente immersa
in quello che si potrebbe chiamare il turbine della materia corporea; le idee
terrene sono ancora vive; non crede di essere morto.
4) Chi vi ha spinto a venire a noi?
Risposta - «Mi sono sentito sollevato.
5) Quale motivo vi ha indotto a suicidarvi?
Risposta - «Sono morto?... No, abito il mio corpo... Voi non sapete quanto
soffro!.. Soffoco... Che una mano compassionevole mi finisca!».
6) Perché non avete lasciato alcuna traccia che potesse farvi riconoscere?
Risposta - «Sono abbandonato; ho fuggito la sofferenza per trovare la
tortura».
7) Ancora adesso avete gli stessi motivi per restare sconosciuto?
Risposta - «Sì; non piantate un ferro rovente nella ferita che sanguina».
8) Volete dirci il vostro nome, l'età, la professione, il domicilio?
Risposta - «No... no a tutto».
9) Avete una famiglia, una moglie, dei figli?
Risposta - «Ero abbandonato; nessuno mi amava».
10) Che avete fatto per non essere amato da nessuno?
Risposta - «Quanti sono come me! Un uomo può essere abbandonato anche
in seno alla propria famiglia, quando nessuno lo ama».
11) Nel momento di commettere suicidio, non avete provato la minima
esitazione?
Risposta - «Avevo sete della morte... Attendevo la pace».
12) Perché il pensiero dell'avvenire non vi ha indotto a rinunciare al vostro
proposito?
Risposta - «Non ci credevo; ero senza speranza. L'avvenire è la speranza».
13) Quali riflessioni avete fatto al momento in cui avete sentito spegnersi in
voi la vita?
Risposta - «Non ho riflettuto; ho sentito... Ma la mia vita non si è spenta... la
mia anima è legata al mio corpo... Sento i vermi che mi divorano».
14) Che sentimento avete provato nel momento in cui la morte è stata
completa?
Risposta - «Ma è davvero completa?».
15) Il momento in cui la vita si spegneva in voi è stato doloroso?
Risposta - «Meno doloroso del seguito. Ha sofferto solo il corpo».
16) Domanda allo Spirito di San Luigi. - Che cosa intende lo Spirito
quando dice che il momento della morte è stato meno doloroso del seguito?
Risposta - «Lo Spirito si sbarazzava di un fardello che lo affliggeva; provava
la voluttà del dolore».
17) Questo stato è sempre la conseguenza del suicidio?
Risposta - «Sì; lo Spirito del suicida è legato al corpo fino al termine della
sua vita; la morte naturale è la liberazione dalla vita; il suicida la spezza
quando è intera».
18) Questo stato è identico in ogni morte accidentale indipendente dalla
volontà, che abbrevia la durata naturale della vita?
Risposta - «No... Che cosa intendete per suicidio? Lo Spirito è colpevole solo
delle sue opere».
Questo dubbio circa la morte è molto comune nelle persone decedute da poco
tempo, e soprattutto in quelle che, durante la vita, non hanno elevato la
propria anima al di sopra della materia. E' un fenomeno che a prima vista
sembra strano, ma che si spiega molto naturalmente. Se a un individuo posto
per la prima volta in stato di sonnambulismo si domanda se dorme, risponde
quasi sempre no, e la sua risposta è logica; è l'interrogante che formula male
la domanda e si serve di un termine improprio. L'idea del sonno, nel nostro
linguaggio abituale, è legata alla sospensione di tutte le nostre facoltà
sensoriali; ora, il sonnambulo che pensa, vede e sente e ha coscienza della
propria libertà morale, non crede di dormire, e in effetti non dorme,
nell'accezione normale della parola. Perciò risponde no, finché non si è
familiarizzato con questo modo di intendere la situazione. Lo stesso accade
nell'uomo morto da poco; per lui la morte era l'annientamento dell'essere;
ma, come il sonnambulo, vede, sente, parla; quindi è convinto di non essere
morto, e lo ripete fino a quando ha acquisito l'intuizione del suo nuovo stato.
Questa illusione è sempre più o meno penosa, perché non è mai completa, e
lascia lo Spirito in una certa ansietà. Nell'esempio citato è un autentico
supplizio, per la sensazione dei vermi che divorano il corpo, e per la sua
durata, che deve essere pari a quella che sarebbe stata la vita dell'uomo se egli
non l'avesse abbreviata. E' uno stato molto frequente tra i suicidi, ma non
sempre si presenta in condizioni identiche; varia soprattutto nella durata e
nell'intensità, a seconda delle circostanze aggravanti o attenuanti della colpa.
La sensazione dei vermi e della decomposizione del corpo non è esclusiva dei
suicidi; è frequente anche in quanti hanno vissuto più per la vita materiale
che per quella spirituale. In linea di principio, non vi sono colpe impunite; ma
non esiste una regola uniforme e assoluta per quanto riguarda i mezzi di
punizione.
Il padre e il coscritto
All'inizio della guerra d'Italia, nel 1859, un negoziante di Parigi, padre di
famiglia che godeva la stima di quanti lo conoscevano, aveva un figlio
chiamato sotto le armi; trovandosi, per la sua posizione, nell'impossibilità di
farlo esonerare dal servizio militare, pensò di uccidersi per farlo esentare
come figlio unico di madre vedova. E' stato evocato un anno dopo alla Società
di Parigi, su richiesta di una persona che l'aveva conosciuto e che desiderava
sapere quale fosse la sua sorte nel mondo degli Spiriti.
Domanda a San Luigi. - Vogliate dirci se possiamo fare l'evocazione
dell'uomo di cui si è parlato.
Risposta - «Sì; anzi, ne sarà felice, perché si sentirà un po' sollevato».
1) Evocazione.
Risposta - «Grazie! Io soffro molto ma... è giusto. Tuttavia egli mi
perdonerà».
Lo Spirito scrive con grande difficoltà; i caratteri sono irregolari e mal
formati; dopo la parola «ma», si interrompe, cerca invano di scrivere, e
traccia soltanto alcuni sgorbi indecifrabili e dei puntini. E' evidente che non
ha potuto scrivere la parola Dio.
2) Colmate la lacuna che avete lasciato.
Risposta - «Non ne sono degno».
3) Dite di soffrire: senza dubbio avete sbagliato suicidandovi, ma il motivo
che vi ha spinto a tanto non vi ha meritato qualche indulgenza?
Risposta - «La mia punizione sarà meno lunga, ma l'azione non è per questo
meno malvagia».
4) Potreste descriverci la punizione che subite?
Risposta - «Soffre doppiamente, nell'anima e nel corpo; soffro nel corpo,
benché non lo possieda più, come l'amputato soffre nell'arto asportato».
5) La vostra azione aveva come unico motivo vostro figlio, e non siete stato
spinto da nessun'altra causa?
Risposta - «Mi ha guidato solo l'amore paterno, ma mi ha guidato male; per
questo motivo, la mia pena sarà abbreviata».
6) Prevedete il termine delle vostre sofferenze?
Risposta - «Non ne conosco il termine: ma ho la sicurezza che finiranno, e
questo è per me un sollievo».
7) Poco fa non avete potuto scrivere il nome di Dio; tuttavia abbiamo visto
Spiriti sofferenti scriverlo; questo fa parte della vostra punizione?
Risposta - «Potrei scriverlo, con grandi sforzi di pentimento».
8) Ebbene, fate un grande sforzo, e cercate di scriverlo; siamo convinti che
se vi riuscirete sarà per voi una consolazione.
Lo Spirito finisce per scrivere, a caratteri grandi, irregolari e tremanti, Dio è
infinitamente buono.
9) Sappiamo che siete venuto volentieri alla nostra chiamata, e pregheremo
Dio per voi, perché vi conceda la sua misericordia.
Risposta - «Sì, ve ne prego».
10) Domanda a San Luigi. - Vogliate darci la vostra valutazione
personale sull'atto dello Spirito che abbiamo evocato.
Risposta - «Questo Spirito soffre giustamente, perché ha mancato di fiducia
in Dio, e questa è una colpa che viene sempre punita; la punizione sarebbe
terribile e lunghissima se non avesse avuto un motivo lodevole, quello di
impedire al figlio di andare a morire; Dio, che legge in fondo ai cuori e che è
giusto, non lo punisce che secondo le sue opere».
Osservazioni. - A prima vista, questo suicidio sembra giustificabile, perché
può essere considerato come un atto di amore e di dedizione; e infatti lo è, ma
non completamente. Come dice lo Spirito di San Luigi, quest'uomo ha
mancato di fiducia in Dio. Forse, con il suo atto, ha impedito che si compisse
il destino del figlio; innanzi tutto, non era affatto certo che quest'ultimo
sarebbe morto in guerra, e forse la carriera militare gli avrebbe fornito
l'occasione di fare qualcosa che sarebbe stata utile per il suo avanzamento.
L'intenzione, senza dubbio, era buona, e ne è stato tenuto conto; l'intenzione
attenua il male e merita indulgenza; ma non impedisce al male di essere male;
altrimenti si potrebbero giustificare tutti i misfatti, e si potrebbe addirittura
uccidere, con il pretesto di rendere un servizio. Una madre che uccida il
proprio figlio nella convinzione di mandarlo in cielo è forse meno colpevole,
solo perché lo fa con un'intenzione buona? Con questo sistema si
giustificherebbero tutti i delitti che un fanatismo cieco ha fatto commettere
durante le guerre di religione.
In linea di principio, l'uomo non ha il diritto di disporre della propria vita, che
gli è stata data in considerazione dei doveri che aveva da svolgere sulla
terra. Perciò non deve abbreviarla volontariamente, per nessuna ragione.
Poiché è dotato di libero arbitrio, nessuno potrebbe impedirglielo; ma ne
subisce sempre le conseguenze. Il suicidio punito più severamente è quello
compiuto per disperazione, per liberarsi delle miserie della vita; queste
miserie infatti sono nello stesso tempo prove ed espiazioni, e sottrarvisi
significa arretrare di fronte al compito che si era accettato, e talvolta di fronte
alla missione che si doveva svolgere.
Il suicidio non consiste soltanto nell'atto volontario che produce la morte
istantanea: consiste anche in tutto ciò che si fa con conoscenza di causa per
affrettare prematuramente l'estinzione delle proprie forze vitali.
Non si può paragonare al suicidio la dedizione di colui che si espone ad una
morte certa per salvare il suo simile; innanzi tutto perché, in tal caso, non c'è
l'intenzione premeditata di sottrarsi alla vita, e in secondo luogo perché non
vi è pericolo dal quale la Provvidenza non possa trarci, se non è ancora venuta
l'ora di lasciare la terra. La morte, se avviene in queste circostanze, è un
sacrificio meritorio, poiché è un'abnegazione per il bene altrui. (Il Vangelo
secondo gli Spiriti, capitolo 5).
Francois-Simon Louvet (di Le Havre)
La seguente comunicazione è stata fatta spontaneamente durante una
riunione spiritista a Le Havre, il 12 febbraio 1863:
«Abbiate pietà di un povero miserabile che soffre da tanto tempo le più
crudeli torture! Oh! Il vuoto... lo spazio... precipito, precipito, aiuto!...
«Mio Dio, ho avuto un'esistenza così miserabile!... Ero un poveraccio; spesso
soffrivo la fame; per questo mi ero messo a bere e avevo vergogna e nausea di
tutto... Ho voluto morire e mi sono gettato... Oh, mio Dio, che momento!...
Perché desiderare di farla finita quando ormai ero così vicino alla fine?
Pregate perché io non veda più questo vuoto sotto di me... Mi sfracellerò su
quelle pietre!... Vi scongiuro, voi che conoscete le miserie di quelli che non
sono più quaggiù! Mi rivolgo a voi, anche se voi non mi conoscevate, perché
soffro tanto... Perché volete delle prove? Io soffro, non basta? Se avessi fame,
invece di questa sofferenza più terribile, ma invisibile per voi, non esitereste a
consolarmi dandomi un pezzo di pane. Vi chiedo di pregare per me... Non
posso restare più a lungo... Chiedete ad uno dei beati che sono qui, e saprete
chi ero, Pregate per me».
(François-Simon Louvet)
La guida del medium. «Colui che si è rivolto a te, figlio mio, è un povero
infelice che aveva una prova di miseria sulla terra; ma il disgusto l'ha vinto; il
coraggio gli è mancato, e lo sventurato, invece di guardare in alto come
avrebbe dovuto, si è dato all'ubriachezza; è sceso fino ai gradini più bassi della
disperazione, e ha posto fine alla sua triste esistenza gettandosi dalla torre di
Francesco I il 22 luglio 1857. Abbiate pietà della sua povera anima, che non è
progredita, ma che tuttavia conosce abbastanza della vita futura per soffrire e
per desiderare una nuova prova. Pregate Dio di accordargli questa grazia, e
farete un'opera buona».
Vennero effettuate ricerche, e sul Journal du Havre del 23 luglio 1857 si
trovò la seguente notizia:
«Ieri alle quattro, coloro che passeggiavano sulla diga sono rimasti
dolorosamente sconvolti da un incidente spaventoso; un uomo si è gettato
dalla torre e si è sfracellato sulle pietre. Si tratta di un vecchio barbone, che ha
la tendenza all'ubriachezza ha spinto al suicidio, François-Victor-Simon
Louvet. Il suo corpo è stato portato a casa di una delle sue figlie, in rue de la
Corderie; aveva sessantasette anni».
Tanti anni dopo la sua morte, quest'uomo si vede ancora mentre precipita
dalla torre e sta per sfracellarsi sulle pietre; ha paura del vuoto che gli sta
davanti, teme la caduta... dopo sei anni! Quanto durerà?
Non lo sa, e questa incertezza accresce le sue angosce. Questo non vale quanto
l'inferno e le fiamme? Chi ha rivelato questi castighi? Sono stati inventati?
No: sono gli stessi Spiriti che li subiscono a venire a noi per descriverli, come
altri descrivono le loro gioie. Spesso lo fanno spontaneamente, senza che si
pensi a loro, il che esclude la possibilità di uno scherzo dell'immaginazione.
Madre e figlio
Nel mese di marzo 1865, M. C., negoziante di una cittadina nei pressi di
Parigi, aveva in casa il figlio ventunenne, gravemente ammalato. Il giovane,
sentendosi sul punto di spirare, chiamò la madre ed ebbe ancora la forza di
abbracciarla. La madre, piangendo, gli disse: «Va', figlio mio, precedimi, non
tarderò a seguirti». E uscì nascondendosi il volto tra le mani.
Le persone presenti a questa scena straziante considerarono le parole di Mme
C. come una semplice esplosione del dolore che il tempo e la ragione
avrebbero calmato. Ma, quando il malato morì, si cercò la madre per tutta la
casa; e fu trovata impiccata in un granaio. I funerali della madre si svolsero
insieme a quelli del figlio.
1) Evocazione del figlio, diversi giorni dopo l'avvenimento. - Siete a
conoscenza della morte di vostra madre, che si è uccisa cedendo alla
disperazione causata dalla vostra morte?
Risposta - «Sì, e senza l'angoscia che mi ha dato questo suo gesto fatale, io
sarei perfettamente felice. Povera, cara madre mia! Non ha saputo sopportare
la prova di questa separazione momentanea, e per essere riunita al figlio che
amava, ha scelto la strada che doveva allontanarla da lui, purtroppo, per
molto tempo. In questo modo ha ritardato indefinitamente la riunione che
sarebbe stata così sollecita se la sottomissione alla volontà del Signore avesse
riempito la sua anima, se fosse stata rassegnata, umile e pentita, davanti alla
prova che doveva subire, all'espiazione che la doveva purificare!
«Pregate, oh, pregate per lei! E soprattutto non imitatela, madri intenerite
dalla sua triste vicenda! Non crediate che amasse più delle altre madri il figlio
che era la sua gioia e il suo orgoglio; no, non l'amava di più, ma le mancavano
il coraggio e la rassegnazione. Madri che mi ascoltate, quando vedrete l'agonia
velare gli occhi spenti dei vostri figli, ricordate che, come Cristo, salgono la
vetta del calvario, dal quale si innalzeranno nella gloria eterna».
(Benjamin C.)
1) Evocazione della madre.
Risposta - «Voglio vedere mio figlio! Avete il potere di rendermelo?...
Crudeli... me l'hanno tolto per condurlo nella luce e mi hanno lasciata nella
notte!... Lo voglio, lo voglio... mi appartiene!...
«Non conta dunque nulla l'amore materno?... Averlo portato nove mesi, aver
nutrito con il proprio latte la carne della propria carne, il sangue del proprio
sangue; aver guidato i suoi primi passi; avergli insegnato a balbettare il nome
sacro di Dio e il dolce nome di mamma; averne fatto un uomo attivo,
intelligente, onesto, pieno di dirittura e di amor filiale, e perderlo quando si
realizzavano le speranze concepite per lui, quando gli si schiudeva un brillante
avvenire! No, Dio non è giusto! Non è il Dio delle madri; non comprende la
loro disperazione e il loro dolore...
«E quando mi do la morte per non lasciare mio figlio, di nuovo mi viene
tolto!... Figlio mio! Figlio mio! Dove sei?».
2) L'evocatore. - Povera madre, noi abbiamo pietà del vostro dolore; ma
avete scelto un triste mezzo per riunirvi a vostro figlio; il suicidio è un delitto
agli occhi di Dio, e avreste dovuto ricordare che egli punisce ogni violazione
delle sue leggi. La privazione della vista di vostro figlio è la vostra punizione.
Risposta della madre - «No: credevo che Dio fosse migliore degli uomini;
non credevo al suo inferno, ma all'eterno ricongiungimento delle anime che si
sono amate come noi ci amavamo; mi sono ingannata... Non è il Dio giusto e
buono, poiché non ha compreso l'immensità del mio dolore e del mio
amore!... Oh, chi mi renderà mio figlio? L'ho dunque perduto per sempre?
Pietà! Pietà, mio Dio!».
3) L'evocatore. - Suvvia, calmate la vostra disperazione; pensate che, se
c'è un mezzo per rivedere vostro figlio, non è certo il bestemmiare Dio come
fate voi. Invece di propiziarvelo, attirate su di voi una maggiore severità.
Risposta della madre - «Mi hanno detto che non lo rivedrò più; ho
compreso che è in paradiso... è là che l'hanno condotto. E io, sono dunque
all'inferno?... L'inferno delle madri?... Esiste, lo vedo anche troppo bene».
4) L'evocatore. - Vostro figlio non è irrimediabilmente perduto,
credetemi; lo rivedrete certamente; ma dovrete meritarlo con la
sottomissione alla volontà di Dio, mentre con la vostra ribellione potreste
ritardare indefinitamente quel momento. Ascoltatemi: Dio è infinitamente
buono, ma è infinitamente giusto. Non punisce mai senza causa, e se vi ha
inflitto grandi dolori sulla terra, è perché li avete meritati. La morte di
vostro figlio era una prova per la vostra rassegnazione; purtroppo, voi
avete ceduto, da viva, ed ecco che, dopo la morte, voi cedete ancora; come
potete pretendere che Dio ricompensi i suoi figli ribelli? Ma egli non è
inesorabile; accoglie sempre il pentimento del colpevole. Se aveste accettato
senza lamentarvene e con umiltà la prova che vi inviava per mezzo di quella
separazione momentanea, e se aveste atteso pazientemente che fosse lui a
togliervi dalla terra, avreste immediatamente rivisto vostro figlio che vi
sarebbe venuto incontro tendendovi le braccia; avreste avuto la gioia di
vederlo radioso, dopo la breve assenza. Ciò che avete fatto mette una
barriera tra voi e lui. Non crediate che sia perduto nelle profondità dello
spazio; no, è più vicino a voi di quanto pensiate; ma un velo impenetrabile lo
sottrae alla vostra vista. Vi vede, vi ama sempre, e piange la triste
condizione in cui vi ha precipitata la mancanza di fiducia in Dio; invoca, con
tutte le sue forze, il momento felice in cui gli sarà permesso di mostrarsi a
voi; dipende da voi sola affrettare o ritardare quell'istante. Pregate Dio, e
ripetete con me:
«Mio Dio, perdonatemi di aver dubitato della vostra giustizia e della vostra
bontà; se mi avete punita, riconosco di averlo meritato. Degnatevi di
accettare il mio pentimento e la mia sottomissione alla vostra santa
volontà».
Risposta della madre - «Quale luce di speranza avete acceso nella mia
anima! E' un bagliore nella notte che mi circonda. Grazie, vado a pregare.
Addio».
(C.)
La morte, sebbene avvenuta per suicidio, non ha prodotto in questo Spirito
l'illusione di essere ancora vivo, perché è perfettamente cosciente del suo
stato; in altri la punizione consiste proprio in questa illusione, nei legami che
li uniscono al loro corpo. Questa donna ha voluto lasciare la terra per seguire
il figlio nel mondo in cui egli era entrato; perciò, bisognava che ella sapesse di
essere in tale mondo, per essere punita non ritrovando il figlio. La sua
punizione consiste appunto nel sapere di non vivere più la vita del corpo, e
nella coscienza della propria condizione. Così ogni colpa è punita dalle
circostanze che l'accompagnano e non vi sono punizioni uniformi e costanti
per le colpe dello stesso genere.
Duplice suicidio per amore e per dovere
Un giornale del 13 giugno 1862 conteneva la seguente notizia:
«La signorina Palmyre, modista, che viveva con i genitori, era dotata di un
aspetto affascinante al quale si univa un carattere estremamente amabile;
perciò era stata chiesta in sposa. Tra gli aspiranti alla sua mano, aveva scelto il
signor B., che provava per lei una viva passione.
«Sebbene anch'ella lo amasse moltissimo, ritenne tuttavia, per rispetto filiale,
di dover cedere ai desideri dei genitori sposando il signor D., la cui posizione
sociale sembrava loro più vantaggiosa di quella dell'altro pretendente.
«I signori B. e D. erano amici intimi. Benché non fossero legati da rapporti di
interesse, si vedevano molto spesso. L'amore di B. e di Palmyre, diventata
signora D., non si era affatto indebolito; e tanto più essi si sforzavano di
reprimerlo, tanto più cresceva. Per cercare di spegnerlo, B. decise di sposarsi.
Sposò una giovane donna che possedeva qualità elette, e fece tutto il possibile
per amarla; ma ben presto si accorse che neppure questo rimedio riusciva a
guarirlo. Tuttavia, per quattro anni, né B. né la signora D. mancarono ai loro
doveri. E' impossibile esprimere ciò che dovettero soffrire, perché D.,
sinceramente affezionato all'amico, lo invitava spessissimo a casa sua e,
quando quello cercava di andarsene, lo costringeva a restare.
«I due innamorati, ritrovandosi insieme un giorno a causa di una circostanza
fortuita che non avevano cercata, si confessarono il loro stato d'animo, e
convennero che la morte era il solo rimedio per le loro sofferenze. Decisero di
morire insieme, e di mettere in atto il loro proposito l'indomani, quando il
signor D. sarebbe rimasto assente per gran parte della giornata. Dopo aver
compiuto gli ultimi preparativi, scrissero una lunga e commovente lettera,
spiegando la causa della morte che si davano per non venir meno ai loro
doveri. La lettera si concludeva con una preghiera di perdono, e la richiesta di
venire riuniti nella stessa tomba.
«Quando il signor D. rientrò a casa, li trovò asfissiati. Ha rispettato il loro
ultimo desiderio, e ha voluto che i due innamorati non fossero divisi in
morte».
Quando questo caso venne proposto come soggetto di studio alla Società di
Parigi, uno Spirito rispose:
«I due innamorati che si sono uccisi non possono ancora rispondervi; li vedo;
sono in preda al turbamento e atterriti dal soffio dell'eternità.
«Le conseguenze morali della loro colpa li castigheranno durante
migrazioni successive, nelle quali le loro anime scompagnate si
cercheranno incessantemente e soffriranno il duplice supplizio del
presentimento e del desiderio. Compiuta l'espiazione, saranno riuniti per
sempre in seno all'eterno amore. Fra otto giorni, nella vostra prossima seduta,
potrete evocarli; verranno, ma non si vedranno; una notte profonda li
nasconde, per molto tempo ancora, l'uno all'altra».
1) Evocazione della donna. - Vedete il vostro innamorato, con il quale vi
siete suicidata?
Risposta - «Non vedo nulla; non vedo neppure gli Spiriti che soffrono con
me in questa dimora. Quale notte tenebrosa! E quale velo fitto sul mio
volto!».
2) Che sensazione avete provato quando vi siete risvegliata dopo la morte?
Risposta - «Strano! Avevo freddo e ardevo; mi scorreva il ghiaccio nelle
vene, e nella mia fronte c'era il fuoco! Cosa strana, mescolanza inaudita, il
ghiaccio e il fuoco che mi assediavano! Pensavo di stare per soccombere una
seconda volta».
3) Provate un dolore fisico?
Risposta - «Tutta la mia sofferenza è qui e qui».
4) Che intendete dire?
Risposta - «Qui, nel mio cervello; qui, nel mio cuore».
E' probabile che, se fosse stato possibile vedere lo Spirito, lo si sarebbe visto
portare la mano alla fronte e sul cuore.
5) Credete di rimanere per sempre in questa situazione?
Risposta - «Oh, sempre, sempre! Talvolta odo risate infernali, voci
spaventose che mi urlano: "Sempre così!"».
6) Ebbene, noi possiamo dirvi con la massima sicurezza che non sarà
sempre così; pentendovi, otterrete il perdono.
Risposta - «Che avete detto? Non sento».
7) Vi ripeto che le vostre sofferenze avranno un termine, e che voi potrete
affrettarlo con il pentimento; noi vi aiuteremo con la preghiera.
Risposta - «Non ho sentito che una parola, e qualche suono vago: quella
parola è grazia! E' della grazia che volevate parlare? Avete parlato di grazia:
senza dubbio lo avete detto all'anima che mi passa accanto, povero essere che
piange e spera».
Una signora della Società disse che aveva appena rivolto a Dio una preghiera
per quella sventurata, e senza dubbio è questo che l'aveva colpita; infatti
aveva invocato mentalmente, per lei, la grazia di Dio.
8) Dite di essere nelle tenebre: allora non vedete?
Risposta - «Mi è consentito di udire alcune delle parole che voi pronunciate,
ma non vedo altro che un velo nero. sul quale si disegna, a certe ore, una testa
piangente».
9) Se non vedete il vostro innamorato, non sentite la sua presenza accanto a
voi, poiché egli è qui?
Risposta - «Ah, non parlatemi di lui, per ora debbo dimenticarlo, se voglio
che dal velo nero si cancelli l'immagine che vi è tracciata».
10) Di che immagine si tratta?
Risposta - «E' quella di un uomo che soffre, e del quale io ho ucciso per
molto tempo sulla terra l'esistenza morale».
Leggendo questo resoconto, all'inizio si è portati a trovare per questo suicidio
circostanze attenuanti, a considerarlo addirittura come un atto eroico, poiché
è stato provocato dal sentimento del dovere. Si vede che invece è stato
giudicato diversamente, e che la pena dei colpevoli è lunga e terribile per
essersi rifugiati volontariamente nella morte per sottrarsi alla lotta;
l'intenzione di non venir meno ai loro doveri era senza dubbio onorevole, e di
questo verrà tenuto conto più tardi; ma il vero merito sarebbe stato acquisito
nel vincere la tentazione, mentre i due innamorati sono stati come disertori
che fuggono nel momento del pericolo.
La pena di questi due colpevoli consisterà, come si vede, nel cercarsi a lungo
senza incontrarsi, sia nel mondo degli Spiriti, sia in altre incarnazioni
terrestri; è momentaneamente aggravata dall'idea che il loro stato presente
durerà per sempre; questo pensiero fa parte dei castigo, e non è permesso loro
udire le parole di speranza che vengono loro rivolte, A quelli che riterranno
questa pena lunga e orribile, soprattutto se non deve cessare che dopo
parecchie incarnazioni, diremo che la sua durata non è assoluta, e che
dipenderà dal modo in cui sopporteranno le prove future, e a questo può
aiutarli la preghiera; saranno, come tutti gli Spiriti colpevoli, arbitri del
proprio destino. Tuttavia, questo non è meglio della dannazione eterna, senza
speranza, alla quale sono condannati irrevocabilmente secondo la dottrina
della Chiesa, che li considera ormai votati all'inferno, al punto di rifiutare loro
le ultime preghiere, ritenendole inutili?
Louis e Victorine
Da circa sette od otto mesi, un certo Louis G., operaio in un calzaturificio, era
fidanzato con una certa signorina Victorine R., cucitrice di stivaletti, con la
quale doveva sposarsi entro breve tempo, tanto che si stavano già preparando
le pubblicazioni. Ormai i due giovani si consideravano definitivamente uniti, e
per ragioni di economia l'operaio veniva ogni giorno a pranzare a casa della
fidanzata.
Un giorno che Louis era venuto, come al solito, a pranzo dalla fidanzata,
scoppiò un litigio tra loro per cause futili; entrambi si ostinarono, e le cose
arrivarono al punto che Louis si alzò da tavola e se ne andò giurando di non
ritornare mai più.
Il giorno dopo, però, il giovane venne a chiedere scusa; la notte porta
consiglio, si sa; ma la ragazza forse pensando, sulla base di ciò che era
accaduto la vigilia, a quello che sarebbe potuto succedere quando non avesse
più avuto la possibilità di tornare indietro, rifiutò di riconciliarsi, e non si
lasciò convincere dalle lacrime, dalle proteste e dalla disperazione
dell'innamorato. Passano diversi giorni; Louis, sperando che la fidanzata si
mostri più trattabile, vuole fare un ultimo tentativo; si presenta e bussa nel
modo convenzionale, per farsi riconoscere, ma lei si rifiuta di aprire; nuove
suppliche da parte del povero innamorato respinto, nuove proteste attraverso
la porta, ma la ragazza è irremovibile e non si lascia commuovere. «Addio,
allora, perfida!», grida il giovane. «Addio per sempre! Prova a trovare un
marito che ti ami quanto me!». Nello stesso istante, la ragazza ode una specie
di gemito soffocato, poi il tonfo di un corpo che scivola contro la sua porta e
cade a terra; infine torna il silenzio. Allora la ragazza pensa che Louis si sia
installato sulla soglia per attendere che lei esca, e decide di non metter piede
fuori finché quello resterà là.
Era trascorso appena un quarto d'ora quando un inquilino che passava con
una lampada in mano lanciò un grido e chiamò aiuto. Arrivarono i vicini e
Victorine, che aveva aperto la porta, lanciò un grido di orrore scorgendo steso
per terra il fidanzato, pallido ed esanime. Tutti cercarono di soccorrerlo, ma
era inutile; era già morto. Lo sventurato giovane si era piantato il trincetto nel
cuore, e il ferro era rimasto nella ferita.
(Società Spiritista di Parigi, agosto 1853)
1) Allo Spirito di San Luigi. - La ragazza, causa involontaria della morte
dell'innamorato, ne è responsabile?
Risposta - «Sì, perché non lo amava».
2) E per impedire questa sventura, doveva sposarlo anche se non si sentiva
di farlo?
Risposta - «Cercava un'occasione per lasciarlo; ha fatto, all'inizio del suo
legame, ciò che avrebbe fatto in seguito».
3) Perciò la sua colpa consiste nell'aver alimentato in lui sentimenti che non
condivideva, e che sono stati causa della morte del giovane?
Risposta - «Sì, è esatto.
4) La sua responsabilità, in tal caso, deve essere proporzionale alla sua
colpa; non deve essere grande come se avesse provocato volontariamente la
morte dell'innamorato.
Risposta - «Questo è evidente».
5) Il suicidio di Louis ha una giustificazione nello smarrimento in cui lo
aveva precipitato l'ostinazione di Victorine?
Risposta - «Sì, perché il suo suicidio, causato dall'amore, è meno colpevole,
agli occhi di Dio, del suicidio dell'uomo che vuole liberarsi della vita per pura
vigliaccheria».
Un'altra volta, lo spirito di Louis G. venne evocato e gli furono rivolte le
seguenti domande:
1) Che pensate dell'azione che avete commesso?
Risposta - «Victorine è un'ingrata; ho avuto torto a uccidermi per lei, poiché
non lo meritava».
2) Quindi non vi amava?
Risposta - «No; all'inizio lo ha creduto; si illudeva; la scenata che le ho fatto
le ha aperto gli occhi; allora è stata contenta di quel pretesto che le
permetteva di sbarazzarsi di me».
3) E voi l'amavate sinceramente?
Risposta - «Provavo una passione per lei; è tutto, credo; se l'avessi amata di
un amore puro, non avrei mai voluto darle un dispiacere».
4) Se Victorine avesse saputo che intendevate uccidervi veramente, avrebbe
insistito nel suo rifiuto?
Risposta - «Non so, non credo, perché non è cattiva; ma sarebbe stata
infelice; per lei, è ancora meglio che sia finita così».
5) Quando siete arrivato davanti alla sua porta, avevate intenzione di
uccidervi, in caso di rifiuto?
Risposta - «No, non ci pensavo, non credevo che sarebbe stata così ostinata:
solo quando ho visto la sua ostinazione, mi ha preso la vertigine».
6) Si direbbe che non rimpiangiate il vostro suicidio se non perché Victorine
non lo meritava: è l'unico sentimento che provate?
Risposta - «In questo momento, sì; sono ancora molto turbato, mi sembra di
essere davanti alla sua porta; ma sento anche qualcosa che non posso
definire».
7) Lo comprenderete in seguito?
Risposta - «Sì: quando mi sarò districato... Ciò che ho fatto è male: avrei
dovuto lasciarla in pace. Vedete, la passione acceca l'uomo e gli fa fare cose
assurde. Lo si capisce quando è ormai troppo tardi».
8) Dite che ne pagate il fio: quale pena soffrite?
Risposta - «Ho sbagliato ad abbreviare la mia vita; non dovevo farlo; dovevo
sopportare qualunque cosa, invece di farla finita; e sono infelice; soffro; è
sempre lei che mi fa soffrire; mi sembra di essere ancora là, davanti alla sua
porta; oh, l'ingrata! Non parlatemene più; non voglio più pensarci: mi fa
troppo male. Addio».
Ecco una nuova prova della giustizia distributiva che presiede alla punizione
dei colpevoli, secondo il grado di responsabilità. Nelle circostanze in esame, la
prima colpa è della ragazza, che aveva alimentato in Louis un amore non
condiviso, e di cui si rallegrava; quindi la responsabilità maggiore sarà sua. In
quanto al giovane, è punito con la sofferenza; ma la sua pena è lieve, perché
non ha fatto che cedere a un moto irriflessivo, ad un momento di esaltazione;
non c'è in lui la fredda premeditazione di quanti si uccidono per sottrarsi alle
prove della vita.
Un ateo
M.J.-B.D. era un uomo istruito, ma imbevuto all'ultimo grado di idee
materialiste e non credeva né a Dio né all'anima. E' stato evocato due anni
dopo la sua morte, alla Società di Parigi, su richiesta di un suo parente.
1) Evocazione.
Risposta - «Io soffro! Sono un reprobo!».
2) Siamo stati pregati di chiamarvi, da parte dei vostri parenti che
desiderano conoscere la vostra sorte: vogliate dirci se la nostra evocazione è
per voi gradita o dolorosa.
Risposta - «Dolorosa».
3) La vostra morte è stata volontaria?
Risposta - «Sì».
Lo Spirito scrive con estrema difficoltà; la scrittura è grossa, irregolare,
convulsa e quasi illeggibile. All'inizio, lo Spirito si mostra incollerito, spezza la
matita e strappa la carta.
4) Siate più calmo. Tutti noi pregheremo Dio per voi.
Risposta - «Sono costretto a credere in Dio».
5) Quale motivo ha potuto indurvi a uccidervi?
Risposta - «La noia della vita senza speranza».
Quando la vita è senza speranza, si concepisce il suicidio; si vuole sfuggire a qualunque costo all'infelicità; con lo Spiritismo l'avvenire si spiega e si
legittima la speranza; il suicidio, quindi, non ha più motivo; anzi si riconosce
che, con questo mezzo, non si sfugge ad un male se non per cadere in un altro
male che è cento volte peggiore. Ecco perché lo Spiritismo ha già strappato
tante vittime alla morte volontaria.
Sono ben colpevoli coloro che si sforzano di dar credito, per mezzo di sofismi
scientifici e falsamente ragionevoli, a questa idea disperata, causa di tanti
mali e di tanti delitti, che fa finire ogni cosa con la fine della vita! Essi saranno
responsabili non soltanto dei loro errori, ma anche di tutti i mali di cui
saranno stati causa.
6) Avete voluto sottrarvi alle vicissitudini della vita: ne avete guadagnato
qualcosa? Siete più felice, adesso?
Risposta - «Perché non esiste il nulla?
7) Vogliate avere la bontà di descriverci la vostra situazione meglio che
potete.
Risposta - «Io soffro di essere costretto a credere tutto ciò che
negavo. La mia anima è un braciere ardente: è orribilmente tormentata».
8) Dove avevate preso le idee materialiste che avevate da vivo?
Risposta - «Essendo stato malvagio in un'altra esistenza, il mio Spirito è
stato condannato a soffrire i tormenti del dubbio durante la mia vita: perciò
mi sono ucciso».
Qui vi è tutto un ordine di idee. Spesso ci si domanda come possano esistere
dei materialisti, poiché, essendo già passati attraverso il mondo spirituale,
dovrebbero serbarne l'intuizione; ora, è proprio questa intuizione che viene
rifiutata a certi Spiriti, i quali hanno conservato il loro orgoglio e non si sono
pentiti delle loro colpe. La loro prova consiste nell'acquisire, durante la vita
corporale, e per mezzo della loro sola ragione, la certezza dell'esistenza
di Dio e della vita futura, che hanno incessantemente sotto gli occhi; ma
spesso la presunzione di non ammettere nulla al di sopra di loro stessi ha la
meglio, ed essi subiscono la pena fino a quando il loro orgoglio sarà domato e
si arrenderanno finalmente all'evidenza.
9) Quando vi siete annegato, che cosa pensavate che sarebbe stato di voi?
Quali riflessioni avete fatto in quel momento?
Risposta - «Nessuna; per me era il nulla. Dopo ho visto che, non avendo
espiato completamente la mia condanna, avrei dovuto ancora soffrire molto».
10) Ora siete convinto dell'esistenza di Dio, dell'anima e della vita futura?
Risposta - «Ahimè! Sono anche troppo tormentato da questa convinzione!».
11) Avete rivisto vostro fratello?
Risposta - «Oh, no!».
12) Perché?
Risposta - «Perché unire i nostri tormenti? Nell'infelicità ci si isola; ci si
unisce nella felicità, ahimè!».
13) Vi piacerebbe rivedere vostro fratello, che noi possiamo chiamare
accanto a voi?
Risposta - «No, no, sono troppo in basso».
14) Perché non volete che lo chiamiamo?
Risposta - «Perché neppure lui è felice».
15) Voi temete di vederlo: ma questo potrebbe farvi del bene.
Risposta - «No; più tardi».
16) Desiderate far dire qualcosa ai vostri parenti?
Risposta - «Che preghino per me».
17) Sembra che, nella società che voi frequentavate, diverse persone
condividano le opinioni che voi avevate da vivo. Avete qualcosa da dire loro
in proposito?
Risposta - «Ah! Gli sventurati! Possano credere in un'altra vita! E' tutto ciò
che posso augurare per il loro bene; se potessero comprendere la mia triste
situazione, avrebbero di che riflettere».
Evocazione del fratello del precedente, che professava le stesse idee, ma che
non si è suicidato. Sebbene infelice, è più calmo; la sua scrittura è nitida e
leggibile.
1) Evocazione.
Risposta - «Possa il quadro delle nostre sofferenze essere per voi un'utile
lezione, e convincervi che esiste un'altra vita, in cui si espiano colpe e
incredulità».
2) Vi vedete con vostro fratello che abbiamo appena chiamato?
Risposta - «No; lui mi sfugge».
Ci si potrebbe chiedere come possano fuggire gli Spiriti nel mondo spirituale,
dove non esistono ostacoli materiali, né nascondigli. Tutto è relativo, in
questo mondo, e in rapporto con la natura fluidica degli esseri che l'abitano.
Gli Spiriti superiori hanno percezioni infinite, ma sono gli unici ad averle;
negli Spiriti inferiori, tali percezioni sono limitate, e per loro gli ostacoli
fluidici sono come ostacoli materiali. Gli Spiriti si sottraggono gli uni alla vista
degli altri per un effetto della loro volontà, che agisce sul loro involucro
perispiritico e sui fluidi ambientali. Ma la Provvidenza, che veglia
individualmente su ciascuno, concede o rifiuta loro questa facoltà a seconda
delle disposizioni morali di ognuno; a seconda delle circostanze è una
punizione o una ricompensa.
3) Voi siete più calmo di lui: potete darci una descrizione più precisa delle
vostre sofferenze?
Risposta - «Sulla terra non soffrite forse nel vostro amor proprio, nel vostro
orgoglio, quando siete costretti a riconoscere i vostri torti? Il vostro spirito
non si ribella al pensiero di umiliarsi davanti a chi vi dimostra che eravate in
errore? Ebbene, che cosa pensate che soffra lo Spirito che per tutta
un'esistenza, si è convinto che dopo di lui non esista nulla, e che ha ragione
contro tutti? Quando di colpo si trova di fronte alla verità abbagliante, è
annientato, umiliato. A questo si aggiunge il rimorso di aver potuto
dimenticare per tanto tempo l'esistenza di un Dio tanto buono e indulgente. Il
suo stato è insopportabile; non trova serenità o riposo; non troverà un po' di
tranquillità se non nel momento in cui la grazia divina, cioè l'amore di Dio, lo
toccherà, perché l'orgoglio si impadronisce del nostro povero Spirito e
l'avviluppa interamente, e gli occorre ancora molto tempo per liberarsi di
questo indumento fatale; solo la preghiera dei nostri fratelli può aiutarci a
liberarcene».
4) Intendete parlare dei vostri fratelli vivi o Spiriti?
Risposta - «Degli uni e degli altri».
5) Mentre ci intrattenevamo con vostro fratello, una persona qui presente
ha pregato per lui; gli è stata utile questa preghiera?
Risposta - «Non andrà perduta. Se ora egli respinge la grazia, la riceverà
quando sarà in grado di ricevere questa divina panacea».
Vediamo qui un altro genere di castigo, che non è però eguale per tutti gli
increduli; indipendentemente dalla sofferenza, c'è per questo Spirito la
necessità di riconoscere le verità che da vivo aveva negato.
Le sue idee attuali denotano un certo progresso, rispetto ad altri Spiriti che
persistono nel negare Dio. E' già qualcosa, un principio di umiltà, ammettere
di essersi ingannati. E' molto probabile che, nella sua prossima incarnazione,
in lui l'incredulità avrà lasciato il posto al sentimento innato della fede.
Il risultato di queste due evocazioni fu comunicato alla persona che ci aveva
pregato di farle e ne ricevemmo la seguente risposta:
«Non potete immaginare, caro signore, il grande bene prodotto
dall'evocazione di mio suocero e di mio zio. Li abbiamo riconosciuti
perfettamente; soprattutto la scrittura del primo ha una sorprendente
analogia con quella che aveva da vivo, tanto più che, negli ultimi mesi che egli
ha trascorso tra noi, la sua scrittura era diventata quasi indecifrabile; vi si
ritrova la stessa forma delle ascendenti, dei ghirigori e di certe lettere. Per
quanto riguarda le parole, le espressioni e lo stile, la somiglianza è ancora più
sorprendente; per noi l'analogia è perfetta, a parte il fatto che egli si mostra
più illuminato su Dio, sull'anima e sull'eternità di quanto lo fosse un tempo.
Siamo quindi assolutamente convinti della sua identità; Dio sarà glorificato
dalla nostra fede più ferma nello Spiritismo, e i nostri fratelli, Spiriti e viventi,
diventeranno migliori. L'identità del fratello non è meno evidente; a parte
l'immensa differenza tra l'ateo e il credente, noi abbiamo riconosciuto il suo
carattere, il suo stile, il suo fraseggiare; soprattutto ci ha colpito una parola,
panacea; la usava abitualmente e la ripeteva a tutti in ogni istante.
«Ho riferito queste due evocazioni a diverse persone, che sono state colpite
dalla loro veridicità; ma gli increduli, quelli che condividono le opinioni dei
miei due parenti, avrebbero voluto risposte ancora più categoriche; che M.D.,
per esempio, precisasse il luogo in cui è stato sepolto, quello in cui è annegato,
in che modo si è deciso, e così via.
«Per soddisfarli e per convincerli, non potreste evocarlo di nuovo, e in questo
caso, vorreste rivolgergli le seguenti domande? Dove e come si è suicidato?
Quanto tempo è rimasto sott'acqua il suo corpo? In che luogo è stato
ritrovato? In che posto è sepolto? L'inumazione si è svolta con rito civile o
religioso? E così via.
«Vi prego, caro signore, di voler far rispondere categoricamente a queste
domande che sono essenziali per quanti ancora dubitano; sono convinto che
questo produrrà un bene immenso. Faccio in modo che questa mia lettera vi
giunga domani, venerdì, perché possiate fare l'evocazione durante la seduta
della Società che deve aver luogo in tal giorno... ecc.».
Abbiamo riprodotto questa lettera perché conferma l'identità; vi aggiungiamo
la risposta che abbiamo dato, per l'istruzione delle persone che non hanno
familiarità con le comunicazioni d'oltretomba.
«... Le domande che ci pregate di rivolgere di nuovo allo Spirito di vostro
suocero sono senza dubbio dettate dall'intenzione lodevole di convincere gli
increduli, perché in voi non vi è alcun sentimento di dubbio e di curiosità; ma
una migliore conoscenza della scienza spiritista vi avrebbe fatto comprendere
che sono superflue. Innanzi tutto, pregandomi di far rispondere
categoricamente il vostro parente, voi ignorate senza dubbio che non è
possibile governare a piacer nostro gli Spiriti; essi rispondono quando
vogliono, come vogliono, e spesso come possono; la loro libertà d'azione è
ancora più grande che in vita, e hanno più mezzi per sottrarsi alla costrizione
morale che si vorrebbe esercitare su di loro. Le migliori prove di identità sono
quelle che essi danno spontaneamente, di loro volontà o che nascono dalle
circostanze, e in generale è vano cercare di ottenerle. Il vostro parente ha
provato la sua identità in modo secondo voi inconfutabile; quindi è molto
probabile che rifiuterebbe di rispondere a domande che, a buon diritto, può
considerare superflue, formulate per soddisfare la curiosità di persone che gli
sono indifferenti. Potrebbe rispondere, come hanno fatto spesso altri Spiriti
in casi del genere: "Perché chiedere cose che sapete già?". Aggiungerò inoltre
che lo stato di turbamento e di sofferenza in cui si trova gli rende più dolorose
richieste del genere; è come voler costringere un malato, che a malapena
riesce a pensare ed a parlare, a raccontare i particolari della sua vita; sarebbe
una grave mancanza di riguardo nei suoi confronti.
«In quanto al risultato che sperate, non ci sarebbe, statene certi. Le prove di
identità che sono state fornite hanno un valore ben più grande, proprio
perché spontanee, e nulla potrebbe smentirle; se gli increduli non sono
soddisfatti, non lo sarebbero di più, e forse lo sarebbero anche meno, per
mezzo di domande previste e che essi potrebbero sospettare di connivenza. Vi
sono persone che nulla può convincere: potrebbero vedere con i loro occhi il
vostro parente, e direbbero di essere vittime di un'allucinazione.
«Ancora due parole, signore, sulla domanda che mi rivolgete, di effettuare
l'evocazione il giorno stesso in cui dovevo ricevere la vostra lettera. Le
evocazioni non si fanno a bacchetta; gli Spiriti non rispondono sempre alla
nostra chiamata; bisogna che lo possano o che lo vogliano; è necessario,
inoltre, un medium adatto a loro, e che abbia l'attitudine speciale voluta;
bisogna che questo medium sia disponibile a un dato momento; che
l'ambiente sia affine allo Spirito, e così via; tutte circostanze di cui non si può
mai essere certi, e che bisogna conoscere quando si vuole fare qualcosa di
serio».
M. Félicien
Era un uomo ricco, istruito, poeta spirituale, di buon carattere, gentile e
gioviale, e di un'onorabilità assoluta. Alcune speculazioni sbagliate avevano
compromesso il suo patrimonio; la sua età non gli permetteva di
ricominciare; cedette allo scoraggiamento e si suicidò nel dicembre 1864,
impiccandosi nella sua camera da letto. Non era un materialista né un ateo,
ma un uomo di carattere un po' leggero, che si preoccupava poco della vita
futura. Poiché l'avevamo conosciuto bene, l'evocammo quattro mesi dopo la
sua morte, per simpatia verso la sua persona.
1) Evocazione.
Risposta - «Rimpiango la terra; vi avevo avuto molte delusioni, ma meno di
qui. Sognavo meraviglie, e sono al di sotto della realtà ideale che immaginavo.
Il mondo degli Spiriti è molto misto, e per renderlo sopportabile sarebbe
necessaria una buona selezione. Non me ne andrò più!
«Quali schizzi di morale spiritica si potrebbero fare, qui; Balzac sarebbe
all'altezza della situazione. Ma non l'ho visto: dove si trovano dunque i grandi
Spiriti che hanno flagellato i vizi dell'umanità? Dovrebbero, come me,
soggiornare qui qualche tempo, prima di salire nelle regioni più elevate. E' un
curioso pandemonio che mi piace osservare, e rimango».
Sebbene lo Spirito dichiari di trovarsi in una società molto mista, formata di
conseguenza da Spiriti inferiori, il suo linguaggio ci stupì molto, dato il genere
di morte, al quale non fa alcuna allusione: per il resto, era perfettamente in
carattere. Questo ci lasciò qualche dubbio sulla sua identità.
2) Vogliateci dire, vi prego, come siete morto.
Risposta - «Come sono morto? Della morte che ho scelto; mi è piaciuta così;
ho meditato a lungo su quella che dovevo scegliere per liberarmi della vita. E,
parola mia, vi assicuro che non ci ho guadagnato molto, se non di essere
liberato dalle mie preoccupazioni materiali; ma ne ho trovate di più gravi e
dolorose, in questa mia condizione di Spirito di cui non prevedo la fine».
3) Domanda alla guida del medium. - E' veramente lo Spirito di M.
Félicien che ha risposto? Questo linguaggio quasi disinvolto ci sorprende, in
un suicida.
Risposta - «Sì; ma per un sentimento comprensibile nella sua situazione,
non voleva rivelare il suo genere di morte al medium, e per questo ha usato
delle perifrasi; ha finito per confessarlo, indotto dalla vostra domanda diretta,
ma è molto sconvolto. Soffre molto di essersi suicidato, ed evita tutto ciò che
può fargli ricordare quella fine terribile».
4) Domanda allo Spirito. - La vostra morte ci ha tanto più colpiti in
quanto prevedevamo le tristi conseguenze che avrebbe avuto per voi, e
soprattutto per la stima e per l'attaccamento che avevamo per voi.
Personalmente, non ho dimenticato quanto siete stato buono e gentile con
me. Sarei felice di darvi una prova della mia riconoscenza, se posso fare
qualcosa che vi torni utile.
Risposta - «Eppure non potevo sottrarmi in altro modo agli imbarazzi della
mia posizione materiale. Ora non ho bisogno che di preghiere; pregate
soprattutto perché io sia liberato dagli orribili compagni che mi stanno
accanto e che mi ossessionano con le loro risate, con le loro grida e con le loro
beffe infernali. Mi chiamano vigliacco, e hanno ragione; è vigliaccheria
lasciare la vita. Sono quattro volte che soccombo a questa prova. Mi
ero ripromesso di non fallire...
«Fatalità!... Ah, pregate! Quale supplizio è il mio! Sono così infelice! Farete
più per me pregando, di quanto io abbia fatto per voi sulla terra; ma la prova
che ho fallito così spesso sta davanti a me, in tratti incancellabili: dovrò
subirla di nuovo entro un dato tempo. Ne avrò la forza? Ah,
ricominciare la vita così spesso! Lottare per tanto tempo ed essere trascinato
dagli eventi a soccombere, è disperante, anche qui!
«Perciò ho bisogno di forza. La si attinge dalla preghiera, dicono; pregate per
me; anch'io voglio pregare».
Questo caso particolare di suicidio, sebbene compiuto in circostanze molto
comuni, si presenta tuttavia in una fase speciale. Ci mostra uno Spirito che ha
fallito più volte la prova che si ripete ad ogni esistenza, e che si ripeterà fino
a quando egli non avrà la forza di resistere. E' la conferma del
principio per il quale, finché non si è raggiunto il miglioramento che è lo
scopo delle nostre incarnazioni, noi soffriamo senza profitto, perché
dobbiamo sempre ricominciare fino a quando non usciamo vittoriosi dalla
lotta.
meditate sulle mie parole. Quella che voi chiamate fatalità altro non è che la
vostra debolezza; non esiste la fatalità, altrimenti l'uomo non sarebbe
responsabile dei suoi atti. L'uomo è sempre libero, questo è il suo privilegio;
Dio non ha voluto farne una macchina che agisce e obbedisce ciecamente. Se
questa libertà lo rende fallibile, lo rende anche perfettibile, e solo per mezzo
della perfezione si giunge alla felicità suprema. Solo l'orgoglio lo porta ad
accusare il Destino delle proprie sventure sulla terra, mentre dovrebbe
prendersela con la propria incuria. Voi ne siete stato un chiaro esempio
nella vostra ultima esistenza; avevate tutto ciò che può fare felici, secondo il
mondo: spirito, talento, ricchezza, stima meritata; non avevate vizi rovinosi
e, al contrario, avevate qualità ammirevoli; come mai la vostra situazione è
venuta ad essere così radicalmente compromessa? Solo per la vostra
imprevidenza. Ammettete che, se aveste agito con maggiore prudenza, se
aveste saputo accontentarvi del molto che avevate senza cercare di
accrescerlo senza necessità, non vi sareste rovinato! Non vi è stata quindi
alcuna fatalità, poiché potevate evitare ciò che è successo.
La vostra prova consisteva in una concatenazione di circostanze che
dovevano darvi non la necessità, ma la tentazione del suicidio;
sfortunatamente per voi, nonostante il vostro spirito e la vostra istruzione,
non avete saputo dominare la vostra debolezza. Questa prova, come
presentivate a ragione, deve rinnovarsi ancora; nella vostra prossima
esistenza, sarete bersaglio di avvenimenti che provocheranno di nuovo il
pensiero del suicidio, e sarà sempre così fino a quando non ne avrete
trionfato.
Anziché accusare la sorte, che è opera vostra, ammirate la bontà di Dio che,
invece di condannarvi irremissibilmente alla prima colpa, vi offre
continuamente il mezzo di riparare. Voi soffrirete, quindi, ma non
eternamente: fino a quando non avrà avuto luogo la riparazione. Dipende
da voi prendere, nello stato di Spirito, risoluzioni tanto energiche, esprimere
a Dio un pentimento tanto sincero, sollecitare con tanto ardore l'aiuto degli
spiriti buoni, così da arrivare sulla terra corazzato contro tutte le tentazioni.
Riportata questa vittoria, voi camminerete sulla via della felicità con una
rapidità tanto più grande in quanto, sotto altri aspetti, il vostro
avanzamento è già grandissimo. Vi è quindi ancora un passo da compiere;
noi vi aiuteremo con le nostre preghiere, ma saranno inutili se voi non ci
asseconderete con i vostri sforzi.
Risposta - «Grazie, oh, grazie delle vostre buone esortazioni! Ne avevo tanto
bisogno, poiché sono più infelice di quanto volessi lasciar credere. Vado
a metterle in pratica, vi assicuro, ed a prepararmi alla mia prossima
DigitalBook LE RIVELAZIONI DEGLI SPIRITI di Allan Kardec
VOLUME II
253
reincarnazione, in cui questa volta farò in modo di non soccombere. Non vedo
l'ora di uscire dall'ignobile ambiente in cui sono relegato».
(Felicien)
Antoine Bell
Contabile in una banca del Canada, suicidatosi il 28 febbraio 1865.
Uno dei nostri corrispondenti, dottore in medicina e farmacista nella stessa
città, ci ha dato sul suo conto le seguenti informazioni:
«Conoscevo Bell da più di venti anni. Era un uomo inoffensivo, padre di una
famiglia numerosa. Qualche tempo fa, aveva immaginato di avere acquistato
da me del veleno, e di averlo usato per avvelenare qualcuno. Spesso era
venuto a supplicarmi di dirgli in quale epoca glielo avevo venduto, e si
abbandonava a crisi terribili. Perdeva il sonno, si accusava, si batteva il petto.
La sua famiglia viveva nell'ansia continua, dalle quattro del pomeriggio fino
alle nove del mattino, ora in cui egli ritornava alla banca, dove teneva la
contabilità in modo regolarissimo, senza mai commettere errori. Usava dire
che un essere, che sentiva in lui, gli faceva tenere la contabilità così in ordine.
Nel momento in cui sembrava essersi convinto dell'assurdità dei suoi
pensieri, gridava: "No, no, volete ingannarmi... mi ricordo... è proprio
vero"».
Antoine Bell è stato evocato a Parigi il 17 aprile 1865, su richiesta del suo
amico.
1) Evocazione.
Risposta - «Perché mi volete? Per farmi subire un'interrogatorio? E' inutile,
confesso tutto».
2) Non intendiamo affatto tormentarvi con domande indiscrete;
desideriamo soltanto sapere quale è la vostra condizione nel mondo in cui vi
trovate, e se possiamo esservi utili.
Risposta - «Ah, se poteste aiutarmi, ve ne sarei infinitamente grato! Ho
orrore del mio delitto, e sono così infelice!».
3) Le nostre preghiere, speriamo, addolciranno le vostre pene. Del resto, ci
sembrate sulla buona strada: il pentimento è in voi, e questo è già l'inizio
della riabilitazione. Dio, che è infinitamente misericordioso, ha sempre pietà
del peccatore pentito. Pregate con noi. (Viene detta la preghiera per i suicidi,
che si trova nel Vangelo secondo gli Spiriti). Ora, vorreste dirci di quale
delitto vi riconoscete colpevole? Sarà tenuto conto di questa confessione
fatta con umiltà.
Risposta - «Lasciate che prima vi ringrazi della speranza che avete fatto
nascere nel mio cuore.
«Molto tempo fa, vivevo in una città bagnata dal mare del Midi, in Francia.
Amavo una giovane e bella fanciulla che corrispondeva al mio amore; ma io
ero povero, e la sua famiglia mi respinse. La fanciulla mi annunciò che
avrebbe sposato il figlio di un negoziante, i cui commerci si estendevano
oltremare, e io fui messo alla porta. Pazzo di dolore, decisi di togliermi la vita,
dopo essermi vendicato assassinando il mio aborrito rivale. Ma i mezzi
violenti mi ripugnavano; fremevo all'idea di quel delitto, ma la mia gelosia
ebbe la meglio. La vigilia del giorno in cui la mia amata doveva sposarlo, egli
morì avvelenato da me: quel mezzo mi pareva più facile. Così si spiegano
queste reminiscenze del passato. Sì, ho già vissuto, e devo rivivere ancora...
Oh, mio Dio, abbiate pietà della mia debolezza e delle mie lacrime».
4) Noi deploriamo questa sventura che ha ritardato il vostro avanzamento,
e vi compiangiamo sinceramente; ma poiché vi pentite, Dio avrà pietà di
voi. Diteci, vi prego, se metteste in pratica il vostro intento suicida.
Risposta - «No; confesso, a mia vergogna, che la speranza ritornò nel mio
cuore; volevo godere il premio del mio delitto; ma i miei rimorsi mi tradirono;
espiai con il supplizio estremo quell'istante di accecamento; fui impiccato».
5) Avete avuto coscienza di quella cattiva azione nella vostra ultima
esistenza?
Risposta - «Soltanto negli ultimi anni della mia vita, ed ecco in qual modo.
Ero di indole buona; dopo essere stato sottoposto, come tutti gli Spiriti
omicidi, al tormento della vista continua della mia vittima che mi
perseguitava come un rimorso vivente, ne fui liberato molti anni dopo, grazie
alle mie preghiere e al mio pentimento. Ricominciai un'altra vita, l'ultima, e
l'attraversai tranquillo e timoroso. Avevo in me una vaga intuizione della mia
debolezza innata e della mia colpa anteriore, di cui avevo conservato il ricordo
latente. Ma uno Spirito ossessivo e vendicativo, che altri non è che il padre
della mia vittima, non faticò a impadronirsi di me e a far rivivere nel mio
cuore, come in uno specchio magico, i ricordi del passato.
«Influenzato di volta in volta da lui e dalla guida che mi proteggeva, ero un
po' l'avvelenatore, un po' il padre di famiglia che guadagnava con il proprio
lavoro il pane per i suoi figli. Affascinato da quel demonio ossessivo, sono
stato spinto al suicidio. Sono molto colpevole, è vero, tuttavia lo sono meno
che se avessi deciso io stesso. I suicidi della mia categoria, troppo deboli per
resistere agli Spiriti che li ossessionano, sono meno colpevoli e meno puniti di
quelli che si tolgono la vita esercitando solo il loro libero arbitrio. Pregate con
me per lo Spirito che mi ha influenzato in modo così fatale, perché abbandoni
i suoi sentimenti di vendetta, e pregate anche per me, perché io acquisisca la
forza e l'energia necessarie per non fallire alla prova del suicidio per libera
volontà alla quale sarò sottoposto, mi è stato detto, nella mia
prossima incarnazione».
7) Domanda alla guida del medium. - Uno Spirito ossessivo può
veramente spingere al suicidio?
Risposta - «Certamente, poiché l'ossessione, che a sua volta è un genere di
prova, può assumere qualunque forma: ma non è una giustificazione. L'uomo
ha sempre il suo libero arbitrio, e di conseguenza, è libero di cedere o di
resistere alle suggestioni di cui è il bersaglio; quando soccombe, è sempre per
sua volontà. Lo Spirito ha ragione, del resto, quando dice che chi ha fatto il
male su istigazione di un altro è meno reprensibile e meno punito di chi lo
commette di propria iniziativa; non è tuttavia assolto perché, se si lascia
distogliere dalla retta via, lo fa perché il bene non è radicato in lui abbastanza
saldamente».
8) Come mai, nonostante la preghiera e il pentimento che avevano liberato
questo Spirito dal tormento della visione della sua vittima, è stato ancora
perseguitato dalla vendetta dello Spirito ossessivo nella sua ultima
incarnazione?
Risposta - «Il pentimento, voi lo sapete, non è che la fase preliminare
della riabilitazione, e non basta a liberare il colpevole da tutte le pene; Dio
non si accontenta di promesse; bisogna provare, con i propri atti, la realtà del
ritorno al bene; perciò lo Spirito è sottoposto a nuove prove che lo fortificano,
e gli fanno acquistare un merito di più, quando ne esce vittorioso. Egli diventa
bersaglio delle persecuzioni degli Spiriti malvagi, fino a quando questi lo
sentono abbastanza forte per resistere; allora lo lasciano in pace,
perché sanno che i loro tentativi sarebbero inutili».
Questi ultimi due esempi ci mostrano la stessa prova che si rinnova ad ogni
incarnazione finché si continua a soccombere. Antoine Bell ci mostra, inoltre,
il caso non meno istruttivo di un uomo perseguitato dal ricordo di un crimine
commesso in un'esistenza anteriore, come un rimorso e un avvertimento.
Vediamo così che tutte le esistenze sono solidali tra loro; la giustizia e la bontà
di Dio risplendono nella facoltà che egli lascia all'uomo di migliorarsi
gradualmente, senza mai chiudergli la porta del riscatto; il colpevole è punito
dalla sua stessa colpa, e la punizione, anziché una vendetta di Dio, è il mezzo
impiegato per farlo progredire.