Allan Kardec risponde a un sacerdote cattolico che gli chiede se gli Spiriti contestano la dannazione eterna, le fiamme dell'Inferno, l'esistenza dell'uomo sulla Terra prima di Adamo, la reincarnazione.
Questi punti furono già da lungo tempo discussi, e non è lo Spiritismo che li mise in questione. Credete, se volete, alle fiamme ed alle torture materiali, se una tal cosa può impedirvi d'operare il male: ciò non le renderà più reali, se esse non esistono. Credete pure, se così vi piace, che noi non abbiamo che un'esistenza corporale: questo non v'impedirà di rinascere qui od altrove, se così deve essere, e malgrado voi; credete, se è vostra opinione, che il mondo sia stato creato tutto completo, in sei giorni: ciò non impedirà alla Terra di portare scritta nei suoi strati geologici la prova contraria; credete, se così volete, che Giosuè fermò il sole: questo non impedirà alla terra di girare; credete pure che l'uomo non è sulla Terra che da seimila anni: ciò non impedirà che i fatti ne dimostrino l'impossibilità. E che direte voi, se un bel giorno questa inesorabile geologia viene a dimostrare, con tracce patenti, l'anteriorità dell'uomo, come ha dimostrato tante altre cose? Credete dunque a tutto ciò che vorrete, anche al diavolo, se questa credenza può rendervi buono, umano e caritatevole verso il vostro simile. Lo Spiritismo come dottrina morale non impone che una cosa: la necessità di far il bene e di non far punto il male. E', lo ripeto, una scienza d'osservazione che ha delle conseguenze morali, e queste conseguenze sono la conferma e la prova dei grandi principi della religione; quanto alle questioni secondarie, egli le lascia alla coscienza di ognuno. Osservate bene, Signore, che lo Spiritismo non contesta come principi alcuni dei punti divergenti, dei quali avete parlato. Se voi aveste letto quanto ho scritto su questo proposito, voi avreste veduto che egli si limita a dar loro un'interpretazione più logica e più razionale di quella che volgarmente loro si dà. Così, per esempio, egli non nega punto il purgatorio; ne dimostra, al contrario, la necessità e la giustizia; e fa ancor di più, lo definisce. L'inferno è stato descritto come un'immensa fornace; ma è forse così che lo intende l'alta teologia? No, evidentemente; essa dice benissimo che è una figura; che il fuoco che ci brucia è un fuoco morale, simbolo dei più forti dolori.
Quanto all'eternità delle pene, se fosse possibile andare ai voti per conoscere l'opinione intima di tutti gli uomini in istato di ragionare o di comprendere, anche fra i più religiosi, si vedrebbe da qual parte è la maggioranza, poichè l'idea d'una eternità di supplizio è la negazione della infinita misericordia di Dio.
Ecco, del resto, ciò che dice la dottrina spiritica su questo soggetto: La durata della punizione è subordinata al miglioramento dello Spirito colpevole. Nessuna condanna per un tempo determinato è pronunciata contro di lui. Ciò che DIO esige per porre un termine alle sofferenze, è il pentimento, l'espiazione e la riparazione: in una parola, un miglioramento serio, effettivo, ed un ritorno sincero al bene. Lo Spirito è così l'arbitro della sua sorte; egli può prolungare le sue sofferenze colla sua ostinazione nel male, addolcirle od abbreviarle cogli sforzi per operare il bene. La durata del castigo essendo subordinata al pentimento, ne risulta che lo Spirito colpevole, il quale non si pentisse e non migliorasse mai, soffrirebbe sempre, e che, per lui, la pena sarebbe eterna. L'eternità delle pene deve dunque intendersi nel senso relativo e non nel senso assoluto. Una condizione inerente all'inferiorità degli Spiriti è di non veder punto il termine della loro situazione, e di credere che soffriranno sempre; ciò è per loro un castigo. Ma, appena la loro anima si apre al pentimento, Dio fa loro intravedere un raggio di speranza.





